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COME VILLA BORGHESE DIVENTÒ DEI ROMANI.
Una consuetudine antica, una causa arrivata fino in Cassazione, tre milioni di lire e un vincolo destinato a durare per sempre.
Ci sono luoghi di Roma che sembrano essere sempre stati di tutti. Villa Borghese è uno di questi. Si entra da un cancello, si prende un viale, si attraversa un prato, si arriva al Pincio. Nessuno, mentre lo fa, pensa a chi possieda quel pezzo di città. È semplicemente Roma.
E invece non è sempre stato così. Villa Borghese fu per secoli una proprietà della famiglia Borghese. I romani, però, avevano preso l’abitudine di frequentarla molto prima che diventasse pubblica. Ed è proprio da quell’abitudine, apparentemente così normale, che comincia questa storia.
Nella seconda metà dell’Ottocento l’accesso alla Villa divenne materia di contesa. Quello che per generazioni era stato un uso consolidato finì davanti ai giudici. Nel giugno del 1885 la questione arrivò alla Pretura del terzo mandamento di Roma; nel dicembre dello stesso anno al Tribunale civile.
A difendere le ragioni del Comune e dei cittadini c’era Pasquale Stanislao Mancini, uno dei grandi giuristi italiani dell’Ottocento, già ministro e professore di diritto. La sua memoria difensiva aveva un titolo che diceva già quasi tutto: «Del diritto di uso pubblico del Comune e del popolo di Roma sulla Villa Borghese».
La causa non si fermò lì. Arrivò alla Cassazione di Roma e il 9 marzo 1887, con la decisione n. 116, la Corte riconobbe l’esistenza di un diritto di uso pubblico dei cittadini romani sulla Villa: il cosiddetto jus deambulandi, il diritto di passeggiarvi.
La Villa restava privata. Ma da quel momento era più difficile considerarla una proprietà privata come tutte le altre. Su quei viali esisteva ormai un diritto riconosciuto alla collettività. Prima ancora di possedere Villa Borghese, insomma, i romani avevano conquistato davanti a un giudice il diritto di entrarci.
Passano quattordici anni. Roma è capitale del Regno d’Italia e cresce a una velocità impressionante. Nel 1901 il presidente del Consiglio è Giuseppe Zanardelli; Giovanni Giolitti è ministro dell’Interno. Questa volta Villa Borghese non torna in tribunale. Entra in Parlamento.
Negli Atti della Camera è rimasta la discussione del 29 novembre 1901. L’idea è netta: lo Stato deve acquisire la Villa e cederla al Comune di Roma. Non per farne semplicemente un’altra proprietà comunale, ma perché diventi un giardino pubblico.
Il 26 dicembre 1901 Vittorio Emanuele III promulga la legge n. 519, «Sulla espropriazione di Villa Borghese». Il Governo viene autorizzato ad acquistare la Villa per una somma non superiore a tre milioni di lire e a cederla gratuitamente al Comune, con una condizione: trasformarla in «pubblico giardino comunale unito al Pincio». A quel complesso sarebbe stato dato il nome di Umberto I.
La legge consentiva allo Stato di trattenere una parte dei terreni per una scuola di agricoltura, ma indicava persino dove: nella zona «che meno si presti a pubblico giardino». È un particolare piccolo, ma racconta bene quale fosse la priorità.
Nello stesso giorno viene approvata anche la legge n. 524, relativa all’acquisto della Galleria e del Museo Borghese. È bene non confondere le due vicende: una riguarda la Villa, l’altra le collezioni d’arte.
Dopo la legge arriva il denaro. Lo Stato acquista Villa Borghese all’asta pubblica per tre milioni di lire, esattamente la cifra massima autorizzata dal Parlamento. Poi resta da fare l’ultimo passo: consegnarla a Roma.
L’atto di cessione tra lo Stato e il Comune viene stipulato l’11 luglio 1903. Il giorno dopo, 12 luglio, Villa Borghese viene aperta al pubblico: è questa la data indicata dalla Sovrintendenza Capitolina per l’apertura alla cittadinanza. Il 17 luglio Vittorio Emanuele III firma il Regio Decreto n. 345, che approva formalmente l’atto.
Ed è proprio nelle clausole di quell’atto che la storia diventa più interessante. Il Comune riceve Villa Borghese e si impegna a trasformarla in pubblico giardino comunale, materialmente unito al Pincio. Ma soprattutto assume l’obbligo di «conservarla perpetuamente a questa destinazione». Si impegna anche a «ridonarle la pristina magnificenza», nelle piantagioni e nelle opere artistiche.
Perpetuamente. È una parola che, riletta più di centoventi anni dopo, pesa ancora.
C’è poi una formula curiosa, che va letta per quello che significava nel documento. All’articolo 13, parlando delle tasse di registro e di trascrizione, la parte della Villa ceduta al Comune viene considerata priva di valore tassabile perché «vincolata perpetuamente ad uso pubblico improduttivo della cittadinanza romana e nazionale». «Uso pubblico improduttivo» non è un giudizio sul valore della Villa: è la formula utilizzata allora per determinarne il trattamento fiscale.
Anche altri dettagli fanno capire quanto fosse centrale la fruizione pubblica. Lo Stato si riserva cinquantamila metri quadrati per edifici destinati alle collezioni artistiche e storiche e all’Istituto di belle arti, ma stabilisce che gli edifici siano separati e che gli spazi fra loro restino aperti al passaggio. E rinuncia alla possibilità, prevista dalla legge del 1901, di trattenere una parte della Villa per la scuola di agricoltura.
Poi, nel luglio del 1903, il lungo percorso si chiude davvero.
Era cominciato quasi vent’anni prima con una domanda molto semplice: i romani avevano o no il diritto di passeggiare nella Villa? La risposta era arrivata dai giudici. Poi erano intervenuti il Parlamento, il Governo, il Comune, un acquisto da tre milioni di lire e infine un atto di cessione con un obbligo destinato a non scadere.
Ora tutto questo è difficile da percepire. Ed è forse il segno che quella vicenda ha avuto successo.
Una mattina qualunque un bambino corre davanti ai genitori, qualcuno legge il giornale su una panchina, due ragazzi parlano seduti sull’erba. C’è chi attraversa la Villa per andare al lavoro e chi arriva da un’altra parte del mondo e si ferma davanti a un monumento. Nessuno deve conoscere la sentenza del 1887 o la legge del 1901 per poter entrare.
Nel frattempo sono scomparsi il Regno d’Italia e quasi tutti i protagonisti di questa storia. È cambiata Roma. È cambiata l’Italia. Ma è rimasto ciò che quelle carte cercavano di garantire.
Ogni giorno si apre un cancello e qualcuno entra.
Villa Borghese non diventò dei romani soltanto perché cambiò proprietario. Lo diventò perché una consuetudine della città fu prima riconosciuta come diritto e poi trasformata in una scelta pubblica permanente.
Perpetuamente.
È forse questa, alla fine, la parola più importante di tutta la storia.
Nel 1903 il Comune di Roma si impegnò a conservare Villa Borghese perpetuamente come giardino pubblico.
Non per una stagione. Non fino a quando fosse stato conveniente. Non fino alla decisione di un’altra amministrazione.
Per sempre.
Marco Visconti
Documenti essenziali
- Corte di Cassazione di Roma, decisione n. 116, udienza 9 marzo 1887 — diritto di uso pubblico sulla Villa Borghese.
- Atti parlamentari, Camera dei deputati, tornata del 29 novembre 1901 — discussione del progetto relativo a Villa Borghese.
- Legge 26 dicembre 1901, n. 519 — «Sulla espropriazione di Villa Borghese».
- Atto di cessione Stato–Comune di Roma, 11 luglio 1903, approvato con Regio Decreto 17 luglio 1903, n. 345.
- Sovrintendenza Capitolina – Museo Pietro Canonica, documentazione storica di Villa Borghese: apertura al pubblico il 12 luglio 1903.