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GREEN DEAL: QUALI BENEFICI REALI HA PRODOTTO SUL CLIMA GLOBALE? E A QUALE COSTO? POI PARLIAMO DI MELONI
C’è un fatto politico che ormai è difficile non vedere.
Quando Giorgia Meloni arrivò a Palazzo Chigi nell’ottobre 2022, mettere in discussione alcune modalità della transizione ecologica europea significava quasi automaticamente essere accusati di voler tornare indietro. Di essere contro l’ambiente. Contro l’Europa. Contro il futuro.
Oggi, quasi quattro anni dopo, l’Europa parla un linguaggio molto diverso: competitività, semplificazione, autonomia strategica, riduzione delle dipendenze, difesa della produzione europea, reciprocità nei confronti dei concorrenti extraeuropei e correzione di alcune rigidità della transizione industriale.
Sono esattamente alcuni dei problemi sui quali Giorgia Meloni e il Governo italiano hanno insistito in questi anni. Questo non significa sostenere che Meloni abbia cambiato da sola l’Europa. Significa qualcosa di politicamente molto più interessante: alcune battaglie che ieri venivano descritte come una resistenza italiana alla modernità sono oggi diventate parte del dibattito centrale dell’Unione europea.
Quello che ieri veniva liquidato come antieuropeismo oggi si chiama autonomia strategica. Quello che veniva considerato protezionismo oggi si chiama difesa della produzione europea. Quello che sembrava un’eresia oggi si chiama competitività. Quello che veniva bollato come ostilità alla transizione oggi si chiama neutralità tecnologica.
Qualcosa, evidentemente, è cambiato. E allora, visto che una parte della sinistra continua ad attaccare Giorgia Meloni sul clima, facciamo una cosa molto semplice: prima facciamo i conti. Poi parliamo di Meloni.
IL GREEN DEAL HA CAMBIATO IL CLIMA?
Partiamo dalla domanda più semplice. Il Green Deal europeo ha cambiato il clima? Non esiste oggi un cambiamento osservabile dell’andamento climatico globale che possa essere attribuito alla sola politica europea.
Questo non significa negare un risultato importante: l’Europa ha ridotto significativamente le proprie emissioni. Ma ridurre le emissioni europee e cambiare il clima globale sono due cose diverse. Le temperature globali continuano ad aumentare, il Mediterraneo continua a riscaldarsi e gli eventi estremi non sono scomparsi.
Il motivo è evidente: il clima è globale. L’Unione europea rappresenta oggi una quota relativamente limitata delle emissioni mondiali. Possiamo imporre a noi stessi le norme più severe del pianeta, ma il risultato climatico dipende dalle emissioni globali.
C’è poi un dato Eurostat particolarmente significativo: nel 2023 l’impronta di gas serra legata ai consumi dell’Unione europea ha raggiunto circa 4,1 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente, risultando del 21% superiore alle emissioni associate alla produzione nell’UE. Di quelle emissioni legate ai consumi europei, circa 1,4 miliardi di tonnellate sono state generate in Paesi extra-UE, ad esempio attraverso le importazioni.
Tradotto: una parte delle emissioni che non produciamo più qui continua a esistere nei prodotti che compriamo da fuori. L’atmosfera non distingue una tonnellata di CO₂ emessa in Europa da una emessa in Cina per fabbricare qualcosa destinato al mercato europeo.
QUANTO CI È COSTATO?
Nel 2024 la produzione industriale dell’Unione europea ha registrato una nuova contrazione. Nel valore della produzione venduta a prezzi costanti, alcuni comparti hanno sofferto in modo particolare: apparecchiature elettriche -8,6%; automobili e altri mezzi di trasporto -6,4%; macchinari -4,7%; metalli e prodotti metallici -4,3%.
Sarebbe scorretto sostenere che tutto questo dipenda esclusivamente dal Green Deal. Pesano il costo dell’energia, la concorrenza internazionale, la geopolitica, la produttività e l’innovazione tecnologica. Ma sarebbe altrettanto ideologico fingere che regolazione, burocrazia, costi energetici e velocità della transizione non abbiano avuto alcun peso sulla competitività europea.
Tanto che oggi è la stessa Europa a parlare continuamente di competitività, semplificazione, reindustrializzazione e riduzione delle dipendenze.
PRENDIAMO L’AUTOMOBILE
Per oltre un secolo Europa significava Fiat, Volkswagen, Mercedes, BMW, Renault, Peugeot. Non soltanto automobili: fabbriche, operai, ingegneri, ricerca, componentisti e tecnologia.
Poi abbiamo imposto una trasformazione gigantesca e rapidissima verso l’elettrico mentre la Cina aveva già costruito un enorme vantaggio nelle batterie, nelle materie prime e nelle nuove filiere. Oggi Germania, Francia e Italia affrontano una trasformazione industriale pesantissima, mentre i produttori cinesi conquistano spazio sul mercato europeo.
Il paradosso rischia di diventare brutale: avevamo le fabbriche, avevamo gli operai, avevamo gli ingegneri, avevamo la tecnologia. Rischiamo di rimanere con i concessionari.
PRENDIAMO IL FOTOVOLTAICO
Vogliamo pannelli solari sui tetti. Giustissimo. Incentiviamo, spendiamo, installiamo. Ma nel 2024, secondo Eurostat, la Cina è stata di gran lunga il principale Paese di origine delle importazioni extra-UE di pannelli solari. La dipendenza europea da una filiera strategica esterna resta quindi un tema centrale della transizione energetica.
Finanziamo quindi la transizione energetica europea mentre dipendiamo dall’estero per una tecnologia fondamentale necessaria a realizzarla. Abbiamo rischiato di sostituire una dipendenza con un’altra.
PRENDIAMO L’AGRICOLTORE
All’agricoltore italiano imponiamo standard ambientali e sanitari elevati, limitazioni, controlli, adempimenti e costi. Tutto giusto.
Poi sullo stesso scaffale arriva un prodotto proveniente da fuori Europa. E l’agricoltore fa una domanda che capirebbe chiunque: chi lo ha prodotto ha dovuto rispettare condizioni comparabili alle mie?
Perché altrimenti non è vera concorrenza. È far correre due persone nei cento metri mettendo soltanto a una delle due uno zaino sulle spalle e poi meravigliarsi perché perde.
PRENDIAMO IL PESCATORE
Quote, fermi, limitazioni, controlli: regole necessarie per tutelare il mare. Poi però l’Europa continua a dipendere fortemente dalle importazioni per soddisfare la propria domanda di prodotti ittici.
E il pescatore domanda: perché chiedete sempre di più a me mentre continuiamo a comprare così tanto da fuori? La questione non è eliminare le regole. È pretendere reciprocità: se imponiamo standard elevati ai nostri produttori, dobbiamo pretendere condizioni comparabili da chi vuole vendere sul mercato europeo.
E CHI PROVAVA A DIRLO?
Troglodita. Retrogrado. Nemico dell’ambiente. E naturalmente: “È di destra”.
Per anni una parte della politica ha trasformato problemi economici e industriali in giudizi morali. L’agricoltore protestava? Non aveva capito la transizione. Il pescatore? Non aveva capito la sostenibilità. L’imprenditore spiegava di non riuscire più a competere? Pensava soltanto al profitto. L’operaio temeva di perdere la fabbrica? Non aveva capito il progresso.
Poi è arrivata la realtà. E oggi la stessa Europa parla di competitività, semplificazione, reindustrializzazione, autonomia strategica, materie prime critiche e riduzione delle dipendenze. Forse quei “trogloditi” qualche domanda giusta la stavano facendo.
QUELLE SCELTE QUALCUNO LE HA FATTE
Le norme non piovono dal cielo. Qualcuno le propone. Qualcuno le sostiene. Qualcuno le vota. Qualcuno le applica.
E una parte importante della sinistra europea ha sostenuto politicamente questo modello. Oggi non può semplicemente cambiare vocabolario e poi salire in cattedra per spiegare a Giorgia Meloni cosa dovrebbe fare sul clima.
Non perché fosse sbagliato voler ridurre le emissioni. Ma perché una politica ambientale che non tiene insieme clima, industria, lavoro e autonomia strategica rischia di diventare economicamente e socialmente insostenibile.
POI IL CONTO È ARRIVATO AI CITTADINI
Per anni ha funzionato il solito meccanismo: finché non tocca a me, non mi muovo. Chiude una fabbrica? Problema degli operai. Protestano gli agricoltori? Problema degli agricoltori. Protestano i pescatori? Problema dei pescatori. Va in crisi l’automotive tedesco? Problema dei tedeschi.
Poi il conto arriva a casa: sul lavoro, sui prezzi, sulla bolletta, sull’automobile. E soprattutto arriva quando scopri che per qualcosa di essenziale dipendi da qualcun altro.
Lo abbiamo scoperto con l’energia. Lo abbiamo visto durante il Covid. Lo vediamo con batterie, semiconduttori, pannelli fotovoltaici e materie prime critiche. E oggi discutiamo persino di quanto l’Europa debba diventare più autonoma nella propria difesa.
Sono questioni diverse, ma il principio è sempre lo stesso: la dipendenza economica diventa dipendenza industriale; la dipendenza industriale diventa dipendenza tecnologica; la dipendenza tecnologica può diventare dipendenza strategica.
ALLORA TORNIAMO A MELONI
Quasi quattro anni fa molte delle cose che Giorgia Meloni sosteneva in Europa venivano raccontate come resistenza al cambiamento. Oggi il vocabolario europeo è cambiato: competitività, semplificazione, autonomia strategica, neutralità tecnologica, difesa dell’industria europea, riduzione delle dipendenze.
Non significa che Meloni abbia cambiato da sola l’Europa. Significa però che ha contribuito a spostare il dibattito europeo verso problemi che quattro anni fa venivano troppo spesso liquidati come battaglie ideologiche della destra.
E nel frattempo stanno cambiando anche i cittadini. Non perché milioni di europei siano improvvisamente diventati “trogloditi”. Non perché siano diventati tutti di destra. Perché hanno cominciato a vedere il conto.
La transizione ecologica che serve all’Europa non significa tornare indietro. Significa tenere insieme ambiente e produzione: fabbriche europee più pulite, non meno fabbriche europee; agricoltura più sostenibile, non meno agricoltura; pesca sostenibile, non sostituita dalle importazioni; automobili del futuro costruite anche nelle nostre fabbriche; energia pulita prodotta anche con tecnologia europea.
Perché puoi avere le norme ambientali più severe del mondo. Ma se la fabbrica europea chiude e compri lo stesso prodotto dall’altra parte del pianeta, hai spostato una parte del problema e aumentato la tua dipendenza.
E allora, prima dell’ennesima lezione della sinistra a Giorgia Meloni sul clima, restano due domande: quanto ha davvero cambiato il clima il Green Deal europeo? E quanto è costato all’Europa il modello con cui è stato realizzato? Facciamo i conti. Poi magari parliamo di Meloni.
FONTI UFFICIALI
- Eurostat – Greenhouse gas emission footprints (dati 2023): impronta UE 4,1 miliardi di tonnellate CO₂-eq; +21% rispetto alle emissioni basate sulla produzione; circa 1,4 miliardi generate fuori dall’UE. Fonte ufficiale
- Eurostat – Decrease in industrial production in 2024: valore della produzione venduta UE e variazioni per apparecchiature elettriche, automotive/trasporti, macchinari e metalli. Fonte ufficiale
- Eurostat – International trade in products related to green energy: importazioni extra-UE di pannelli solari e dipendenza dalla Cina. Fonte ufficiale
- Commissione europea – Competitiveness Compass: competitività, innovazione, decarbonizzazione e riduzione delle dipendenze. Fonte ufficiale
Commissione europea – Clean Industrial Deal: decarbonizzazione e competitività dell’industria europea, costi energetici, concorrenza globale e neutralità tecnologica. Fonte ufficialehttps://www.facebook.com/giorgiameloni.paginaufficiale?locale=it_IT