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DALL’ AMERICA UNA DOCCIA FREDDA PER LA SINISTRA EUROPEA. WOKE IS CRAZY.
Alexandria Ocasio-Cortez prende le distanze dal woke. E se persino Repubblica titola sulla svolta della sinistra americana, c’è da drizzare le antenne.
Se Alexandria Ocasio-Cortez dice «Woke 1 was crazy», il segnale politico è difficile da ignorare.
Non è Donald Trump che attacca il woke. È una delle figure simbolo della sinistra progressista americana che prende le distanze dagli eccessi di quella stagione.
E a raccontarlo, in Italia, è Repubblica.
COS’È IL “WOKE”?
Detto semplicemente, “woke” indica quella cultura progressista molto concentrata su identità, genere, razza, linguaggio e discriminazioni.
Nasce con l’obiettivo di combattere le ingiustizie, ma il termine è diventato anche sinonimo dei suoi eccessi.
È il politicamente corretto portato all’estremo: la discussione continua su quali parole si possano utilizzare, la revisione di espressioni considerate offensive anche nelle opere del passato, la richiesta di cambiare termini tradizionali perché ritenuti non inclusivi, fino alla tendenza a isolare o delegittimare chi esprime opinioni considerate fuori dal perimetro accettabile.
Il punto non è il rispetto. Quello dovrebbe essere normale.
Il problema comincia quando dal rispetto si passa alla pretesa di stabilire come gli altri debbano parlare e pensare.
Ed è di questi eccessi che stiamo parlando.
DALL’IDENTITÀ ALLA VITA REALE
Per anni una parte della sinistra occidentale ha progressivamente sostituito la questione sociale con quella identitaria.
Mentre milioni di persone si chiedevano se lo stipendio sarebbe bastato fino alla fine del mese, quanto sarebbe costata la casa o quale futuro avrebbero avuto i figli, una parte della politica discuteva sempre più spesso delle parole con cui quelle stesse persone avrebbero dovuto descrivere il mondo.
Difendere i diritti e combattere le discriminazioni era ed è giusto.
L’errore è stato pensare che questo potesse sostituire i problemi materiali.
E spesso chi contestava quella impostazione non veniva semplicemente contraddetto: diventava arretrato, populista, reazionario.
Qui sta uno dei problemi: confondere il dissenso con un difetto morale.
Un lavoratore che vuole parlare del proprio salario non è arretrato. Una famiglia preoccupata per il costo della casa non è populista. Una madre che chiede sicurezza non è reazionaria.
La politica, prima o poi, torna sempre alla vita quotidiana.
IL CAMBIO DI ROTTA
Alexandria Ocasio-Cortez torna oggi a mettere al centro le working people, le persone che lavorano.
Non significa che la sinistra americana sia diventata conservatrice.
Significa che una parte del progressismo ha capito che per costruire una maggioranza bisogna tornare a parlare di questioni che riguardano milioni di persone:
lavoro, salari, casa, costo della vita, sanità, scuola, sicurezza.
E allora la domanda è inevitabile.
Se oggi Alexandria Ocasio-Cortez prende le distanze dagli eccessi di quella stagione, chi poneva lo stesso problema anni fa era davvero retrogrado?
O aveva semplicemente visto prima uno scollamento che oggi comincia a riconoscere anche una parte della sinistra americana?
Cambiare idea è legittimo.
Ma sarebbe altrettanto legittimo riconoscere quando alcune critiche erano fondate.
E IN ITALIA?
Mentre una parte della sinistra americana torna a parlare di lavoro, reddito e costo della vita, il Governo guidato da Giorgia Meloni ha messo questi temi al centro della propria azione.
E qui è meglio lasciare parlare i numeri.
Nel 2025 l’Italia ha superato i 24 milioni di occupati.
Ad aprile 2026 gli occupati erano 269 mila in più rispetto a un anno prima e i dipendenti permanenti erano aumentati di 143 mila unità.
A maggio la disoccupazione è scesa al 5,7 per cento.
Nel 2025 gli investimenti fissi lordi sono cresciuti del 3,5 per cento, mentre il deficit/PIL è passato dal 3,4 al 3,1 per cento. Il saldo primario è stato positivo per lo 0,8 per cento del PIL.
Questo non significa che tutti i problemi siano risolti.
Significa una cosa molto più semplice: la politica va misurata sui risultati.
Uno slogan si può interpretare, adattare, rilanciare.
Un dato si verifica.
Ed è proprio davanti al dato che una certa sinistra sembra trovarsi più in difficoltà, perché i numeri possono certificare la distanza tra il racconto politico e la vita reale.
Non basta sostenere di essere dalla parte giusta.
Bisogna dimostrare che le proprie politiche funzionano.
ALLA FINE CONTANO I RISULTATI
La domanda da fare alla politica dovrebbe essere molto semplice:
«Funziona?»
Ha creato lavoro?
Ha aumentato il potere d’acquisto?
Ha migliorato i servizi?
Ha reso le città più sicure?
Ha prodotto risultati ambientali misurabili?
Vale per un Governo e vale, ancora di più, per chi amministra una città.
I trasporti funzionano? Le strade sono pulite? I servizi migliorano? La città è più sicura? Il verde aumenta o diminuisce? Gli alberi messi a dimora sopravvivono? I cantieri producono risultati proporzionati alle risorse spese?
Perché una città è il luogo dove la distanza tra racconto e realtà si vede ogni mattina appena si esce di casa.
Il woke cambierà. Alcune battaglie resteranno, altri eccessi saranno abbandonati.
Ma una cosa dovrebbe essere ormai chiara:
nessuna parte politica possiede il monopolio della morale.
Alla fine contano decisioni e risultati.
Puoi costruire una narrazione efficace. Puoi ripeterla mille volte.
Ma poi arriva il dato.
E resta una domanda semplicissima:
funziona oppure no?
Con gli slogan si può vincere una discussione.
Ma con gli slogan non si governa un Paese.
E non si governa una città.