Come l’Europa si sta indebolendo da sola
Deindustrializzazione, competitività e il costo di un decennio di scelte sbagliate
Un declino che non è arrivato dall’esterno
Il rallentamento industriale europeo non è il prodotto di una crisi improvvisa né di pressioni esterne imprevedibili. È in larga misura il risultato di scelte politiche accumulate nel tempo: regolamenti sovrapposti, obiettivi climatici imposti con tempistiche rigide, e una progressiva trascuratezza per la competitività del sistema produttivo.
I dati lo confermano. Secondo Eurostat, la produzione industriale nell’Eurozona è diminuita del 3,2% nel 2023 rispetto all’anno precedente. La Germania — motore industriale del continente — ha registrato una contrazione del PIL dello 0,3% nel 2023 e prevede un ulteriore -0,2% nel 2024, secondo le stime del FMI. In Italia, il settore manifatturiero ha segnato una flessione della produzione del 2,9% nello stesso periodo.
Fonte: Eurostat, Industrial Production Index, 2024; FMI, World Economic Outlook, aprile 2024.
Il nodo della competitività asimmetrica
Il problema non è la sostenibilità in sé. È il modo in cui è stata gestita come strumento normativo, senza tenere conto delle asimmetrie competitive a livello globale.
Mentre l’UE aumentava i costi di compliance ambientale e stratificava obblighi burocratici, Cina, India e altri grandi produttori continuavano a operare con standard ben più permissivi e con sussidi statali massicci. Il risultato è stato uno spostamento di produzioni — e di emissioni — al di fuori dell’Europa, senza alcun beneficio netto per il clima globale.
Questo fenomeno, noto come carbon leakage, è stato riconosciuto dalla stessa Commissione europea, che ha introdotto il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) per correggere almeno parzialmente la distorsione. Ma il meccanismo copre solo alcuni settori e la sua piena operatività è prevista solo dal 2026: troppo tardi per filiere già ridimensionate.
Il CBAM è entrato in fase transitoria nell’ottobre 2023 e diventerà pienamente operativo nel 2026.
Le cifre sul commercio estero europeo parlano chiaro. Nel 2023, le importazioni UE di prodotti manifatturieri dall’Asia sono aumentate dell‘11% rispetto al 2021, mentre le esportazioni industriali europee hanno perso quote di mercato in settori chiave come la chimica, l’acciaio e la componentistica automotive. In termini di bilancia commerciale, il deficit UE sui beni manufatti con la Cina ha superato i 290 miliardi di euro nel 2023.
Fonte: Eurostat, EU Trade in Goods Statistics, 2024.
Il rapporto Draghi e la presa d’atto istituzionale
La diagnosi non è solo di parte. Nel settembre 2024, Mario Draghi ha presentato alla Commissione europea un rapporto sulla competitività europea che ha avuto ampia risonanza istituzionale. Il documento evidenzia come l’UE abbia accumulato un ritardo strutturale rispetto a Stati Uniti e Cina in termini di investimenti in ricerca, capacità produttiva e innovazione tecnologica.
Draghi stima che per colmare questo divario e sostenere la transizione energetica, l’UE avrebbe bisogno di investimenti aggiuntivi per circa 800 miliardi di euro all’anno. Una cifra che equivale a più del doppio del Piano Marshall in termini reali. Senza una mobilitazione straordinaria di risorse pubbliche e private, la base industriale europea rischia una contrazione irreversibile.
Fonte: Draghi M., “The Future of European Competitiveness”, Commissione europea, settembre 2024.
L’industria automobilistica: un caso emblematico
Il settore automotive illustra concretamente le conseguenze di una transizione mal gestita. L’obiettivo UE di vietare le nuove immatricolazioni di veicoli a motore termico dal 2035 ha creato incertezza strategica per i costruttori europei, che si trovano a competere con produttori cinesi di veicoli elettrici già più avanzati e fortemente sussidiati dallo Stato.
Nel 2023, le importazioni di auto elettriche cinesi nell’UE sono triplicate rispetto al 2021. Stellantis, Volkswagen e altri gruppi hanno annunciato tagli alla produzione e chiusure di stabilimenti. La Commissione ha avviato un’indagine antidumping, ma il danno alla capacità produttiva europea si è già in parte materializzato.
Fonte: European Automobile Manufacturers’ Association (ACEA), 2024; Bloomberg, “Chinese EV Imports to Europe Triple”, febbraio 2024.
Il cambio di orientamento in corso in Europa
In questo contesto, all’interno delle istituzioni europee sta emergendo una linea più pragmatica. Il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), di cui fa parte Fratelli d’Italia, ha sostenuto con coerenza la necessità di riorientare le politiche europee verso un equilibrio più realistico tra obiettivi ambientali e sostenibilità industriale.
I risultati di questa pressione politica si stanno concretizzando. La clausola di revisione del regolamento sulle emissioni auto è stata anticipata al 2025. La Commissione ha aperto una riflessione sulla revisione del Green Deal e sulla riduzione degli oneri di compliance per le PMI. Il principio di “neutralità tecnologica” — che consente di raggiungere gli obiettivi climatici con strumenti diversi, inclusi i carburanti sintetici — si è affermato come posizione istituzionale dopo anni di opposizione.
Non si tratta di un arretramento rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione. Si tratta di una correzione del metodo: passare da un approccio basato sul divieto a uno basato sull’incentivo e sulla gestione strategica della transizione.
Verso un cambio di paradigma: meno ideologia, più governo
La vera sfida non è scegliere tra industria e ambiente. È costruire una politica industriale europea che tratti il capitale naturale come un’infrastruttura strategica: da progettare, gestire e manutentare nel tempo, non da vincolare con divieti che producono effetti contrari agli obiettivi dichiarati.
Ciò richiede: una pianificazione degli obiettivi calibrata sulle reali capacità tecnologiche disponibili; meccanismi di protezione della competitività europea nei confronti di Paesi che non applicano standard equivalenti; e un sistema di incentivi che guidi la transizione senza distruggere la base produttiva su cui quella transizione deve appoggiarsi.
Il rapporto Draghi, la revisione del Green Deal e le pressioni dei Conservatori europei convergono su un punto: senza industria, non c’è transizione possibile. E senza una politica industriale europea seria, il rischio è che l’Europa perda sia la competitività che la credibilità climatica.
Il danno è parzialmente già fatto. Riconoscerlo è il primo passo per invertire la rotta.
Marco Visconti
Giornalista