La giustizia, la stampa e il sospetto: la lezione di Falcone
In Italia c’è una malattia civile che ritorna ciclicamente: il processo mediatico.
Non quello nei tribunali, dove contano le prove. Ma quello sulle prime pagine, dove spesso basta un sospetto.
Su questo punto le parole di Giovanni Falcone restano tra le più lucide e più scomode.
Falcone conosceva bene il peso della delegittimazione pubblica. La visse sulla propria pelle. E nel libro-intervista
Cose di Cosa Nostra
spiegò con brutalità il clima che può formarsi attorno alla giustizia:
«Le campagne di stampa creano un clima che può diventare insopportabile.»
Non era un attacco alla libertà di stampa. Era la denuncia di un fenomeno che in Italia si ripete troppo spesso: l’insinuazione elevata a metodo.
Un sistema in cui qualcuno indaga, qualcuno sospetta e qualcun altro scrive.
E alla fine il sospetto diventa verità pubblica prima ancora che esista una prova.
Falcone lo riassunse con una frase che oggi suona quasi profetica:
«In Italia si preferisce spesso il sospetto alla prova.»
È la fotografia di un Paese in cui il tribunale rischia di arrivare dopo il titolo di giornale.
In cui la reputazione può essere distrutta da un retroscena, da una voce, da una ricostruzione costruita sul nulla.
Falcone sapeva che la giustizia non può essere sostituita dalla suggestione.
Per questo ricordava sempre che l’indipendenza non è un potere assoluto.
«Confondere indipendenza con arbitrio: questo è il problema. Chi è indipendente deve sempre rispondere.»
Sono parole che dovrebbero valere per tutti i poteri pubblici. Anche per chi informa.
Perché quando il giornalismo smette di cercare la verità e diventa strumento del sospetto, smette di essere un servizio pubblico e diventa qualcos’altro: una macchina di delegittimazione.
Falcone aveva capito anche questo.
Aveva capito che prima dell’isolamento istituzionale spesso arriva l’isolamento mediatico.
E lo disse con una frase che ancora oggi pesa come un macigno:
«Si muore perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.»
Prima dell’attacco, spesso arriva il clima.
Prima della violenza, arriva la delegittimazione.
Per questo il dibattito sulla giustizia non può fermarsi agli slogan.
Serve equilibrio tra poteri, responsabilità e regole chiare.
Il referendum sulla giustizia nasce anche da questa esigenza: riportare il sistema dentro un perimetro di responsabilità e trasparenza.
Votare Sì significa dire che la giustizia deve essere indipendente, ma anche responsabile.
Che il processo deve tornare nei tribunali, non nei titoli di giornale.
Che il sospetto non può diventare una condanna.
Perché lo Stato di diritto vive di prove.
Non di insinuazioni.
Marco Visconti
Giornalista