Quel manifesto è falso. Non colpisce solo la riforma, ma la democrazia.
In questi giorni compaiono manifesti contro la separazione delle carriere nella magistratura con uno slogan molto diretto:
«Vorresti giudici che dipendono dalla politica?»
È uno slogan efficace.
Ma è soprattutto falso.
Nella riforma della giustizia non è previsto nulla che sottoponga i giudici alla politica.
Nessuna dipendenza dal Governo.
Nessuna subordinazione al Parlamento.
Nessuna interferenza sull’attività giurisdizionale.
L’indipendenza del giudice resta intatta.
Costituzionalmente garantita.
Prima di spaventare i cittadini, bisognerebbe almeno dire di cosa si parla.
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Separazione delle carriere: cosa prevede davvero la riforma.
La separazione delle carriere significa una cosa semplice e chiara:
chi fa il giudice e chi fa il pubblico ministero seguono percorsi distinti, con organi di governo autonomi, senza passaggi di funzione.
È ciò che avviene in tutte le principali democrazie liberali.
Non significa sottoporre i giudici alla politica.
Significa separare in modo più netto chi giudica da chi accusa, rafforzando il principio di terzietà del giudice.
Ed è esattamente questo il cuore della riforma: rendere più chiaro, più trasparente e più credibile l’equilibrio tra le funzioni della giurisdizione.
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Riforma CSM e sorteggio: perché non è un attacco all’indipendenza.
La riforma non si ferma qui.
Uno dei suoi punti centrali è la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura.
E in particolare l’introduzione del sorteggio nella composizione del CSM.
Il sorteggio non è un capriccio.
È una risposta diretta a un problema reale: il correntismo nella magistratura.
Serve a ridurre il potere delle correnti,
a spezzare i meccanismi di controllo interno,
a limitare la formazione di carriere fondate sull’appartenenza e non sul merito.
Anche qui: nessuna “dipendenza dalla politica”.
Al contrario: meno politica interna, meno sistemi di potere, meno condizionamenti.
Chi parla di giudici sottoposti alla politica evita accuratamente di parlare del problema vero:
il peso delle correnti negli organi di autogoverno.
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“Giudici che dipendono dalla politica”: una narrazione falsa.
Quello slogan, dunque, non critica il contenuto della riforma.
Lo sostituisce.
Costruisce un fantasma — “i giudici che dipendono dalla politica” — e chiede ai cittadini di spaventarsene.
Questo non è confronto democratico.
È disinformazione.
Non entra nel merito della separazione delle carriere.
Non discute la riforma del CSM.
Non affronta il tema del correntismo.
Sposta il dibattito dal testo alla paura.
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Il vero bersaglio del manifesto: la politica come nemico.
Il punto non è solo la riforma.
Quel manifesto non colpisce solo la separazione delle carriere.
Colpisce la politica.
E colpendo la politica, colpisce la democrazia.
La parola “politica” viene usata non come ciò che è in una democrazia —
la forma della sovranità popolare —
ma come sinonimo di arbitrio, abuso, minaccia.
Ed è qui che il messaggio diventa culturalmente grave.
Perché quando si delegittima la politica, non si colpisce un ceto dirigente:
si colpisce il principio stesso della rappresentanza democratica.
Dire “dipendere dalla politica” come se fosse uno scandalo significa affermare che ciò che nasce dal voto è sospetto.
Che il controllo democratico è un pericolo.
Che la sovranità popolare è un intralcio.
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Indipendenza della magistratura non significa autoreferenzialità.
Ma in uno Stato di diritto nessun potere è sovrano.
Ogni potere deve essere indipendente nell’esercizio delle funzioni,
ma legittimato, bilanciato e responsabile nel suo assetto.
L’indipendenza non è autoreferenzialità.
Non è intoccabilità.
Non è sottrazione permanente al dibattito democratico.
Dire che ogni riforma equivale a “dipendenza dalla politica” significa affermare che l’assetto attuale non può essere discusso.
Che è sottratto al Parlamento.
E quindi ai cittadini.
Questo non è garantismo.
È conservazione del potere.
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Perché quel manifesto è politicamente e democraticamente scorretto.
Per questo quel manifesto è doppiamente scorretto.
È politicamente scorretto, perché attribuisce alla riforma ciò che non prevede.
È culturalmente pericoloso, perché trasforma la politica in una minaccia.
È democraticamente sleale, perché sostituisce il merito con la paura.
È intellettualmente disonesto, perché costruisce un nemico immaginario invece di confrontarsi con il testo reale.
La separazione delle carriere si può sostenere o contrastare.
Il sorteggio del CSM si può discutere, migliorare, correggere.
Ma lo si deve fare sul merito.
Inventare ciò che non c’è significa avere paura non solo della riforma,
ma del confronto democratico.
Giornalista